La Mastoplastica riduttiva è l’intervento che mira a ridurre il volume di una mammella ipertrofica e che consente al contempo di riportare verso l’alto i tessuti, ripristinando la sua forma conica ideale. La condizione prende il nome di macromastia o gigantomastia e consiste in un abnorme aumento delle dimensioni del seno, in genere legata ad una predisposizione individuale.
La chirurgia della mammella rappresenta un cardine della chirurgia estetica.
Le ragioni sono comprensibili: l’area mammaria, nella donna, è legata ad istinti ancestrali che riconducono alla fertilità e all’allattamento (innato desiderio da parte dell’uomo di trovare una compagna con cui riprodursi e far proseguire la specie), ma anche ad una sensualità di fatto specifica, perché unica. Ricordiamo infatti che fino alla pubertà le mammelle sono del tutto simili nei due sessi. In seguito, solo la ghiandola femminile si sviluppa nei modi che conosciamo, determinando quella netta differenza di genere, responsabile di tante attenzioni.
A differenza degli altri interventi chirurgici del seno, la mastoplastica riduttiva non si limita a soddisfare un mero bisogno estetico ma ha spesso una valenza clinica. Le eccessive dimensioni delle mammelle possono provocare durante lo sviluppo puberale e negli anni a venire, quadri piuttosto seri, con ripercussioni sulla postura, alterazioni della colonna vertebrale, macerazioni cutanee e dermatiti croniche, cefalee muscolo-tensive. Tutto ciò, oltre a rappresentare un vulnus importante per la salute della paziente, ha importanti ripercussioni sulla vita di relazione: la donna affetta da questa patologia ha disagio a socializzare, ha problemi nella sfera intima, ha difficoltà a svolgere l’attività sportiva. Persino la scelta di un vestito adatto può diventare un ostacolo alla routine giornaliera.
Da un punto di vista anatomico, il ‘seno’ propriamente detto dovrebbe indicare lo spazio più o meno virtuale che separa le due mammelle. Per estensione, colloquialmente, oggi il termine è usato per riferirsi a tutto l’organo. La mammella femminile è formata essenzialmente da un involucro cutaneo, da tessuto ghiandolare, da tessuto adiposo e da una componente fibro-legamentosa di sostegno, a partenza dalla clavicola, che sorregge il tutto come un reggiseno naturale (legamento di Cooper). Al di sotto vi sono il muscolo pettorale e le costole. La forma ideale della mammella è conica (dovuta essenzialmente alla componente ghiandolare) e nel punto più proiettato (apice del cono) troviamo il complesso areola capezzolo. Sia il complesso areola capezzolo che il polo inferiore della mammella sono situati al di sopra della linea ideale tracciata lungo il solco sottomammario.
Un’ipertrofia mammaria sconvolge questa normale architettura. C’è sovrabbondanza di tessuto adiposo e ghiandolare, di conseguenze c’è un eccesso di cute. Il complesso areola capezzolo è spostato verso il basso e tutta la mammella ha un atteggiamento ptosico. Col tempo, il peso eccessivo dei tessuti provoca un indebolimento del legamento di Cooper ed un aggravamento della ptosi.
L’intervento per grandi linee può essere ricondotto alle procedure descritte per la mastopessi, con una differenza sostanziale: la necessità di asportare importanti porzioni di tessuto mammario. Contestualmente si provvederà a riposizionare verso l’alto il complesso areola capezzolo, ricostituire la forma conica della ghiandola mammaria e rimuovere la cute in eccesso. Le differenze rispetto alla mastopessi sono essenzialmente due: assicurare l’adeguata vascolarizzazione all’areola (che viene mobilizzata anche a notevole distanza) e rimuovere grandi quantità di cute che comporterà sempre la presenza di ampie cicatrici: a ‘T’ invertita (cosiddetta perché include l’areola, il tratto verticale verso il solco, ed il solco stesso) o a ‘J’ (il tratto verticale si continua nel solco solo lateralmente).
Durante l’intervento di mastoplastica riduttiva si pone una duplice esigenza;
• Ricollocare verso l’alto il complesso areola capezzolo, anche di molti centimetri
• Rimuovere importanti quantità di tessuto mammario (cosa che inevitabilmente interromperà in parte i vasi che portano il sangue da e verso l’areola)
Questo tecnicamente si traduce nella necessità di riuscire a ridurre il volume mammario in sicurezza.
Nel corso degli anni sono state messe a punto diverse tecniche, a seconda del lembo porta-areola prescelto, atte a trasferire il complesso areola capezzolo dalla sua sede originaria verso la nuova posizione. Ognuno di questi è basato sulla presenza al suo interno di uno o più vasi arteriosi e venosi e prevede il sacrificio degli altri peduncoli vascolari. Ricordiamo che la mammella è essenzialmente vascolarizzata dall’arteria mammaria interna e dall’arteria toracica laterale; partecipano in misura minore la toraco-acromiale e le intercostali. I peduncoli possibili sono vari: superiore, inferiore, mediale, laterale, centrale e le varie combinazioni di questi. Quanti più vasi si riescono ad includere nel lembo porta-areola, tanto più sicura sarà la procedura. Ciò però comporta una minor capacità di rotazione. Non esiste la tecnica migliore, ogni paziente presenta una diversa anatomia ed ogni chirurgo ha le sue preferenze. Volendo semplificare, va raggiunto il giusto bilanciamento tra la capacità di mobilizzare i tessuti e la necessità di farli sopravvivere. Ampie escissioni di tessuto, eccessive scheletrizzazioni del peduncolo, importanti mobilizzazioni del complesso areola capezzolo espongono al rischio di incorrere in una temibile complicanza: la necrosi dell’areola. Nei casi estremi si preferisce eseguire una mastoplastica riduttiva secondo Torek, che prevede l’innesto del complesso areola capezzolo.
Un cenno veloce va fatto anche all’innervazione dell’areola, un’area corporea estremamente importante per la riproduzione e la sessualità. Essa è raggiunta dai rami superficiale e profondo della branca cutanea laterale del IV nervo intercostale e medialmente dai nervi intercostali del II, III e IV spazio. Per quanto possibile è importante preservarli tutti, anche se non è inusuale avvertire nei mesi successivi all’intervento una perdita di sensibilità dell’areola che può perdurare per alcuni mesi, raramente per sempre.
La prima visita ha una durata generalmente di circa 1/2 ora, durante la quale il dr. Fasciani raccoglierà l’anamnesi, valuterà le corrette indicazioni e spiegherà in maniera ampia e dettagliata effetti, limiti, eventuali controindicazioni o complicanze e risultati dell’intervento in questione.
Alla paziente verrà richiesto di effettuare gli esami di routine pre-operatori ed i necessari approfondimenti diagnostici sulla ghiandola mammaria, volti ad escludere la presenza di eventuali formazioni sospette. Ai soggetti fumatori è altamente consigliato di smettere di fumare almeno 1 mese prima dell’intervento. Recenti studi hanno dimostrato una forte correlazione fra l’aumento delle complicanze ed il fumo di sigaretta. Nei giorni che precedono l’intervento chirurgico non vanno assunti i farmaci antiinfiammatori, gli anticoagulanti e tutti quei farmaci o integratori che predispongono al sanguinamento delle ferite e va concordato con il dr. Fasciani l’eventuale assunzione di farmaci di altra natura. Il giorno dell’intervento è indispensabile rimuovere tutti gli oggetti metallici (orecchini, anelli, collane, braccialetti, piercing) ed eventualmente rimuovere i peli, se presenti, a livello di regione mammaria ed ascelle. A meno di indicazione contraria, è richiesto di presentarsi a digiuno in sala operatoria.
La mastoplastica riduttiva si svolge in anestesia generale. L’intervento ha una durata di circa 3-4 ore. Le incisioni cutanee, saranno chiuse con punti in materiale riassorbibile. Se ci sono importanti scollamenti di tessuto o sanguinamenti intraoperatori si provvederà a posizionare dei drenaggi in aspirazione.
Generalmente per la paziente potrebbe rendersi necessaria una notte di ricovero in clinica.
Utile la presenza di un accompagnatore che la aiuterà a rientrare in sicurezza presso il proprio domicilio.
Dopo l’intervento, per circa 1 mese, alla paziente è richiesto di portare un reggiseno contenitivo notte e giorno, utile a proteggere i tessuti mammari operati. Se presenti, i drenaggi saranno rimossi alla dimissione o quando termineranno le eventuali perdite ematiche. Dopo una settimana il dr. Fasciani eseguirà un controllo postoperatorio per scongiurare eventuali complicanze precoci (ematomi, sieromi ed infezioni). Possibili effetti collaterali, in genere reversibili, sono il dolore, l’edema e le ecchimosi. A volte la paziente avverte una sensazione di scarsa sensibilità a carico dell’areola, che in genere scompare dopo qualche mese. A distanza sono possibili alterazioni della cicatrizzazione, irregolarità del profilo, asimmetrie, perdita parziale o totale del complesso areola capezzolo. I punti vengono rimossi dopo circa 2 settimane, se non cadono da soli. La cicatrice a livello periareolare tende a confondersi lungo il margine dell’areola mentre quella verticale col tempo diventa una ruga impercettibile. Quella a livello del solco sottomammario è nascosta dalla ghiandola. Dopo 2-3 settimane è previsto il ritorno alla vita di tutti i giorni. Dopo 3-4 settimane è possibile riprendere, in genere, l’attività sportiva non traumatica.